martedì 22 gennaio 2013

IL FUTURISTA


Donnantoni, dallo Spenning iù alla Bella Vita

Viveva nel ridente paesino di Munfotti la sua tranquilla
vita da pensionato,l'anziano contadino
Donnantoni.
Il suo tempo scorreva nella quotidiana
monotonia,ravvivata dai dolci ricordi della
gioventù e dalle telefonate dei nipotini,fino a
quando, dal suo amico televisore uscì una strana
parola,Spenning iù.
Infatti un signore con i capelli
bianchi, distinto e ben vestito,che aveva
sostituito quello che somigliava a un giovane di 76
ani o un anziano di 76 anni, nel telegiornale della
sera ripeteva,con tono alquanto autoritario,sem
pre la stessa litania :tagli spenningiù, tagli spenning iù.
Queste parole sarebbero uscite ed entrate
tranquillamente dalle orecchie del Nostro se non
che, quasi con coincidenza temporale,giorno dopo
giorno, lentamente,centesimo dopo centesimo,decimo
dopo decimo,euro dopo euro, i soldi in tasca di
Donnantoni cominciarono a diminuire.
Le notti divennero insonni e quando si addormentava i suoi
sogni erano incubi.Una volta sognava di
uscire in mutande,un'altra che i suoi soldi si
trasformavano in lire e non poteva più comprare
niente;una notte,addirittura,effetto del pesce
stocco mangiato a cena, sognò di essere morto
e, per non avere avuto i soldi per comprarsi una
cella, lo dovettero tumulare in un terreno vicino
al cimitero. L'anziano si terrorizzò,
fece un salto, cadde dal letto e si spacco' la testa.
Per una qualsiasi persona al di là con gli anni,se al
peso della vecchiaia, si aggiungono pensieri invasivi compulsivi in quattro
e quattr' otto, a cavallo della depressione la morte
se lo porta via.
Ma per Donnantoni non era ancora giunto il momento.
Dallo stesso televisore della triste spenning iù,
arrivò un giorno la bona nova del ritorno du Zu Silviu.
Per il Nostro fu il toccasana di tutti i mali.
Il Sogno Italiano gli rinacque dentro, lo inebriò di
ottimismo e ntoculu ai cattivi pensieri!
La prima cosa che fece fu andare dal barbiere e costringerlo a
tingergli i capelli.
Poi preso da una irrefrenabile voglia di cambiare, rinnovò tutto
il guardaroba: pantoloni nuovi,giacche nuove,camice, scarpe Tods,calzini del Milan, mutande all' ultimo grido.
Poi andò dal suo lattoniere di fiducia e si fece
verniciare in versione splendente la sua moto ape "Càmmina" e gli ritoccò  anche il motore per aumentargli la ripresa.
Con la sua berlina messa a nuovo ogni mattina stazionava presso la scuola a guardarsile belle ragazze e, dopo che l'ultima ritardataria
era entrata in classe, andava a scorazzare per il
paese: nei bar,nei supermercati,negli uffici e
dovunque ci fosse qualcosa da sbirciare.
La sera andava in pizzeria dove tracannava quantità industriali di
birra, poi si spostava in discoteca a riempirsi
gli occhi e rintronarsi con la musica ad altissimi
decibel.
Nonostante facesse le ore piccole, la mattina,
bello e rasato,non mancava mai vicino al cancello
della scuola.
Le ragazze lo conoscevano tutte, era loro amico su facebook, lui e la sua
sfolgorante "Càmmina".
Donnantoni,ringalluzzito alquanto,aveva buttato via la maschera del vecchio
rincoglionito ed impaurito grazie al ritorno di Zu Silviu, a cui promise fedeltà
eterna.

P. Daveru


giovedì 10 gennaio 2013


Mexina city blues

Culturale a chi?

Uno dei pionieri dell’archeologia italiana, Paolo Orsi, nei primi del Novecento additava al popolo messinese un’indolenza acuta, sottolineando la scarsa partecipazione al recupero del proprio passato. Messina è una città martire, dove la distruzione legata ai vari terremoti ha indotto la comunità a considerare la caducità un sentimento inestirpabile dal proprio dna, riducendo l’impegno ad un’inutile attesa dell’ennesima devastazione.


Chi è un popolo che fatica ad interessarsi del proprio passato? Forse soltanto un pulviscolo di anime sole e sclerotizzate. Un vizio o un male endemico il nostro, che ci caratterizza e che forse ci piace.
In Italia vige una legislazione che tutela le aree archeologiche e obbliga una progettazione urbanistica che difenda i siti d’interesse culturale. È bene ricordare che i beni culturali non sono altro che beni pubblici, la cui fruizione è un diritto inalienabile del cittadino che non può essere ostacolata dagli interessi di un palazzinaro qualsiasi. È chiaro che il problema della città di Messina è la scarsa partecipazione, il non sentire l’onere di difendere il proprio territorio dagli abusi e dalle logiche personali, oltre ad un mondo scientifico impantanato spesso in un mero desiderio di far carriera e lontano dall’idea di bene comune. L’espandersi dell’edilizia privata ha limitato la ricerca archeologica in città, la gran parte degli interventi non è costituita da altro che da scavi di emergenza effettuati al seguito di sbancamenti edilizi. Ciò ha comportato spesso la distruzione di alcune aree d’interesse culturale e il recupero esclusivo di beni che sarebbe stato davvero scandaloso disperdere. A questo quadro si aggiungono le povere documentazioni degli addetti ai lavori, che a volte sono anche errate e confuse.
Quali sono le proposte per rilanciare la ricerca? E quali sono le proposte che permettano un’adeguata valorizzazione del patrimonio culturale messinese? Queste sono domande a cui la sovrintendenza dovrà prima o poi rispondere, data l’assenza nel Museo Regionale di una struttura, attesa ormai da decenni, predisposta all’esposizione dei ritrovamenti archeologici.
Tuttavia, sarebbe davvero un errore non esaltare quei pochi personaggi che hanno contribuito, spesso con coraggio, a gettare luce sul passato di una città abbandonata al compromesso. Tra questi l’archeologo Giacomo Scibona, recentemente scomparso. Sua è la campagna di scavo effettuata all’inizio degli anni ottanta nell’area dove oggi sorge il Palazzo della Cultura (isolato n. 373 di viale Boccetta) che ha restituito una copiosa documentazione di epoca storica e preistorica.
Sono certo che anche un’adeguata informazione è indispensabile alla formazione di una coscienza civica più alta. Quanti in Messina e provincia sanno della scoperta di una tomba monumentale a tholos (monumento funebre caratterizzato da una sala circolare, a volte interrata, coperta da una pseudocupola) dell’età del bronzo, rinvenuta durante i lavori per la realizzazione del complesso I Granai nell’area degli ex Molini Gazzi?
È necessaria una rete più fitta che riesca a risuscitare un turismo che in città sembra in via d’estinzione, ma è indispensabile un atteggiamento più conciliante tra sovrintendenza, università, uomini di cultura e media. Non bisogna più stordirsi con inutili narcisismi, allontanarsi dagli ottusi campanilismi e ritrovare la via della collaborazione, evitando i privilegi dei pochi. L’atavica indolenza inizia a pesare troppo sulle nostre spalle, personalmente non vorrei morire prima di aver almeno provato a togliermi di dosso questo peccato secolare, cercando sempre di denunciare il marcio che in qualche modo ci contamina, ci livella e rischia così di renderci uguali a chi realmente questo male lo perpetua. Se personaggi come Scibona hanno tracciato il solco, spetta alle nuove generazioni seminare e far mettere le radici al buon senso.
Perdere l’identità è pernicioso e l’abulia una cagna che è sempre pronta ad offrirti il suo seno.

Tonino Cannuni 

martedì 8 gennaio 2013


Per non morire soffocato nel mio stesso vomito

Che abbia inizio. Una rubrica per scrittori, poeti, buoni a nulla, devastati e devastanti. Non importa dove arriveremo, l’urlo di questa terra è in espansione e ci spezza le ossa. Rivoli d’inchiostro e sangue, questa è arte, e cigni che si dissetano nei loro delta.
Sì, che abbia inizio. So che tra voi, giganti della terra trina, c’è gente che ha dinamite nelle palle e corre più veloce della miccia. Vi vedo nelle vostre stanze, nei posti di lavoro, nei porcili, in case a pisciare via un po’ di follia e disperazione. So che la vostra carne, se buttata nel fango, diventerà reliquia per i porci; e allora, perché non provare a rischiare? Perché non arrivare alla morte con un sorriso oblungo e infantile?
Lo scopo di questa rubrica è pubblicare i migliori lavori della provincia di Messina. Li giudicherò io, che personalmente sono uno stronzo che in linea di massima se ne fotte del giudizio. Tuttavia, so che in questo spazio di tempo e in questa regione c’è un filo conduttore tra noi tutti, e so per certo che sta per nascere qualcosa di grandioso. Non chiedetemi il perché? Lo so e basta e vi sputerò in faccia se me lo chiederete nuovamente. Forse questo è il secolo del divenire, proprio come diceva il chimico e fisico Ylya Prigogine, forse è solo una questione di entropia.
Qualcuno penserà che la scrittura è una forma di narcisismo o puttanate del genere, voi ed io sappiamo bene che c’è qualcosa di più, sentiamo l’orgia nelle nostre viscere. Al diavolo chi vi dirà che siete degli sbruffoni, personalmente me lo sento ripetere ogni giorno come un mantra, ma è la solita storia di chi non è capace di dare forma al bello.
Saranno pubblicati racconti e poesie di spessore, visioni che daranno altre visioni. Ripeto, sarò io a giudicarli. “Perché proprio tu, brutto figlio di puttana” mi chiederà qualcuno. Perché chi cazzo se ne fotte di voi? Voglio solo essere sconvolto, voglio leggere qualcosa che mi faccia uscire Albione dal buco del culo, e voi avete il dovere di far risorgere la cultura e la lingua italiana. Siete degli idioti se pensate che devono essere i politici a risanare la cultura, loro non ne sono in grado e tra l’altro non ne hanno le facoltà mentali.
Sono gli artisti e gli intellettuali che creano la rete, sono le vostre idee che divorano l’ordine costituito. Se pensate che tutto ciò sia banale, che la nostra rivista sia solo un modo per far passare il nostro tempo, allora state a casa a mangiare banane o a diventare vegani o a trascorre la vostra insulsa vita a dirvi che siete dei geni incompresi. Io non vi credo e vi ruberò il portafoglio proprio mentre starete pensando alla vostra vita.


Mandate i vostri racconti e le vostre poesie all’indirizzo: tonino.cannuni@tiscali.it o al massimo tagliatevi le vene dei polsi dietro il tagadà durante la festa di Spadafora, proprio mentre lo speaker sporco di sudore mangia una panino con carne di cavallo e dice: “E’ arrivato un nuovo sballo in città: è il tagadà”
Pensaci.


Lo specchio filosofico

Questo è uno spazio di dialogo e riflessione filosofica. Esso è uno specchio: il mio, ma soprattutto il vostro.


La vita è meravigliosa. Nasce, si sviluppa, fiorisce nelle sue potenzialità latenti e infine, morendo, apre la via, nuova linfa permettendo, ad altra se stessa. Noi siamo la vita. Il nostro contesto, la natura, la nostra casa, il nostro corpo, la mente. Fermiamoci un attimo e guardiamoci allo specchio: è così scontato quello che siamo? È ovvio che la realtà, si sia trasformata in quello specchio e, soprattutto, in quello che riflette? Ovviamente no. Forse è più che altro un mistero. Al di là di quello che conosciamo, siamo certi che "conosciamo"? Possiamo definirci, leggerci attraverso i resoconti che la cultura ha in serbo nei suoi scaffali. Quello che rischiamo, attraverso un'operazione di tal genere, è quello di immagazzinare concetti nati da altri individui, dal altri contesti. Ne saremmo soddisfatti? Forse si, abituati alla banalità del ladrocinio del sapere altrui. Oppure, e lo spero, direi di no. Essendo noi stessi la vita, mi chiedo se sia possibile un fertile ritorno al dialogo dove i partecipanti dello stesso siano vita pura, originale, semplice nell'essere intimamente se stessa. Alla visione di noi in quello specchio possiamo vedere altro rispetto un nome, una definizione, una sintesi di nozioni scientifiche o etiche di consumo. Possiamo essere quel che in potenza la vita è: autentica originalità. Autentici, liberi e soprattutto noi stessi. I mezzi per esprimerci sono ovviamente molteplici, dal gesto artistico all'opera della ragione che vede tutto da vette altissime. In questo frangente, che deve essere il più democratico possibile, il mezzo migliore, se non unico, è quello del dialogo. Dialogo filosofico, intendo. Spesso si sente dire "Prendi la vita con filosofia!". Massima abusata per voler dire.. tutto e niente! In effetti, cos'è la filosofia? È una biblioteca sterminata con scaffali di libri impolverati? È la sequela indefinita di pensieri di gente scapigliata e fuori di senno? Anche, non lo nego. Io credo che sia uno strumento di espressione della propria intima visione delle cose.Il mezzo di espressione della nostra visione nello specchio riflessa sarà quello del dialogo filosofico. Dialogo perché parleremo di qualcosa, e questo qualcosa sarà la nostra idea su questo qualcosa. Missione impossibile? Forse. La quotidianità, in questi tempi oscuri, esprime più silenzio e chiusura che estroverse manifestazioni di noi. Io, nella mia filosofia, ad esempio, vedo l'uomo represso da cose che nemmeno vuole. Manipolato da queste non ha la forza nemmeno di fare qualcosa per liberarsene, figuriamoci di parlare con gli altri suoi simili, repressi anch'essi! Questa rubrica è anacronistica, utopica e stravagante. Usiamola, no? Qui non pretendo di risolvere problemi, consigliare o indottrinare. Guardatevi allo specchio filosofico e interrogatelo. Chiedetevi cosa vedete e se ne avrete voglia di discuterne, facciamolo. Inviate quesiti, proposte di discussione, temi di interesse generale sulla realtà che ci circonda. Non siate timorosi di farlo. Abbiamo la possibilità di conoscere in maniera più profonda quello che vediamo, parliamone. E non lasciamo che le nostre potenzialità vitali rimangano chiuse nella loro utopia.

Antonino Ruggeri






lunedì 29 ottobre 2012

Signori amministratori: vergognatevi, almeno un pó

Tre pericolose componenti della redazione, fra loro la temutissima Emanuela Sciarrone




Il problema dei nostri amici sindaci, dei nostri primi cittadini di Spadafora, di Monforte, di Torregrotta e via dicendo, é che siamo diversi da come vorrebbero loro.
Ecco qua la nostra colpa: diciamo le cose che non vogliono sentire.
Ascoltare, questo é certo, non é previsto.
Chi la pensa diversamente da loro é necessariamente in malafede: uomo dell´opposizione, progettista politico, distruttore del cambiamento. Dicono.
La causa, tutto sommato, non é nemmeno di chi le racconta, queste inettitudini. Perché dalle nostre parti sembra davvero impossibile che un gruppo di persone decida di impegnarsi in un progetto senza doverci necessariamente guadagnare. Economicamente o politicamente (che poi da noi é la stessa cosa...), s´intende.
Eppure anche ad un bambino, forse persino ad un sindaco, basterebbe analizzare i pezzi scritti dalla nostra rivista dal giugno del 2011 ad oggi, per accorgersi che non abbiamo mai seguito strategie elettorali, che abbiamo colpito e criticato a destra ed a sinistra, facendo anche molti errori, certo, ma sempre in buona fede, e soprattutto pagandoli, pagandoli tutti sulla nostra pelle.

In questi mesi ci hanno insultato, ci hanno minacciato, ci hanno attaccato, anche fisicamente, e poi, infine, hanno fatto la cosa piú grave, brutta e pericolosa che sia possibile fare in Sicilia ad un uomo, ad una donna o ad un´organizzazione: ci hanno isolato.
In qualche modo ne siamo persino orgogliosi, perché nella storia di questa meravigliosa ed orribile regione che é la Sicilia tutti gli uomini e le donne piú grandi che abbiamo mai avuto sono stati ridicolizzati, emarginati e poi, in fondo, eliminati.
Certo non ci mettiamo su quel livello di importanza, ma dobbiamo prendere atto che il tempo non cambia le cose.

Questa settimana mi sono imbattutto in un comunicato stampa realizzato dal Comune di Spadafora, un testo elaborato in seguito ad un incontro pubblico in cui l´amministrazione ha deciso di autoelogiare il suo operato, presentando a tutti i cittadini il conto di quelle opere, di quel lavoro, di cui evidentemente i cittadini stessi non si erano accorti (diversamente, carissimi signori del Comune di Spadafora, non sarebbe stato necessario organizzare un incontro, la ragione degli occhi e dei fatti avrebbe dovuto essere abbastanza, o no?).
Tra le migliaia di banalitá ed inesattezze snocciolate dal fantomatico scritto, ecco in fondo arrivare l´attacco, ormai di routine, al nostro giornale. Un attacco che per maleducazione e bassezza per niente si discosta dallo stile che il dottor Pappalardo ed il suo collega Monzú avevano mostrato nel corso dell´incontro che la nostra Emanuela Sciarrone, prode prodissima, aveva tenuto con loro meno di due mesi fa.
Due cose voglio fare notare, a quelli che il pezzo lo hanno letto, a quelli che non l´hanno letto, ed al caro dottor Pappalardo.
Ma dico io, signori, se avessimo voluto scrivere peste e corna del comune di Spadafora, e se fossimo davvero stati cosí in malafede, e se veramente avessimo voluto diffamare l´operato dell´amministrazione organizzando un sondaggio pilotato, ma perché mai ci saremmo poi tanto prodigati per cercare di avere un´intervista con voi? Per quale motivo avremmo dovuto provare, in tutti i modi, rincorrendovi a destra ed a sinistra, di darvi spazio, di farvi replicare? Non sarebbe stato piú semplice scrivere il nostro articolo di critica e tanti saluti?
La seconda: ma voi, cari Pappalardo e cari assessori di contorno, il pezzo lo avete letto? Perché se lo avete letto allora vi siete certamente accorti che si tratta di un sondaggio e, di seguito, di un commento allo stesso. SONDAGGIO!!!!! Non dunque cose inventate da noi, ma l´analisi schietta della nostra investigazione, realizzata a fronte di oltre 80 interviste, giornate intere passate per la strada a fermare le persone e sottoporgli il nostro questionario!
Se poi si vuol mettere in dubbio l´onestá della nostra rilevazione allora stiamo cambiando argomento. In quest´ultimo caso infatti, l´ho giá scritto sul numero in circolazione e lo ripeto qui nuovamente, le vie da seguire sono quelle legali e non la chiacchera da bar, tipico sport siciliano cui un´amministrazione seria non dovrebbe prendere parte. Ritenete di essere stati diffamati? Credete di poterlo dimostrare? Fate i vostri passi, senza fumo e senza paura: restiamo qui ad aspettarvi.

Fra le tante cose che abbiamo scritto, in questi mesi, c´é stato anche un articolo su Santo Sfameni, noto boss mafioso di Villafranca Tirrena spirato lo scorso gennaio.
Le amministrazioni, le stesse che oggi trovano il tempo di organizzare incontri pubblici e redigere comunicati stampa per rispondere all´articolo di un piccolo giornale come il nostro, non si sono allora nemmeno degnate, magari fosse anche stato solo per calcolo elettorale, di farci sentire la loro presenza, il loro appoggio, in un momento in cui il giornale ed i suoi componenti hanno subito delle enormi pressioni, sotto ogni punto di vista.
Cos´altro posso dire? Carissimi signori della politica locale, a noi dovete abituarvi, alla democrazia dovete abituarvi, alla possibilitá che qualcuno la pensi diversamente da voi e ve lo dica in faccia, senza paura. 
Eccoci qua: noi non abbiamo paura di voi e la bocca non ce la tappererete mai.
Mi é rimasta solo una cosa da dire, signori sindaci: vergognatevi, almeno un pó.

Mauro Mondello - direttore di Settentrionale Sicula

sabato 14 aprile 2012

Anteprima Numero Marzo Aprile: estratto da "In memoria di un boss"

Estratto da "In memoria di un boss" - di Mauro Mondello (da Settentrionale Sicula N. 5, Marzo / Aprile 2012)

Lasciate riposare in pace i morti, recita un vecchio adagio. E certo lo faremmo volentieri pure nel caso di Santo Sfameni, morto il 22 gennaio del 2012, perchè se Dio esiste allora saprà senza dubbio giudicarlo molto meglio di noi. Per tutti quelli che però restano qui, su questa terra, è forse il caso di puntualizzare alcuni aspetti, specialmente dopo aver assistito ad una cerimonia funebre, tenutasi nella chiesa Santa Maria di Lourdes a Villafranca lo scorso 23 gennaio, durante la quale invece che un uomo pareva si stesse celebrando la scomparsa di un santo, di nome e di fatto. Un riverente stuolo di uomini e donne, notabili politici provenienti da tutta la regione, vigili urbani in divisa, il vicesindaco di Villafranca, Matteo De Marco, numerosi fra assessori e consiglieri dello stesso comune, hanno infatti ritenuto di dover presenziare al funerale di don Santo, durante il quale Padre Antonio Pelleriti, officiante le esequie, sorvolando sui numerosi fatti di sangue per i quali Sfameni è stato negli anni ritenuto complice o responsabile, ha addirittura dichiarato: « in pochi lo sanno, ma quando negli anni ‘90 le ditte lavoravano per la realizzazione della gradinata prospiciente il campetto di calcio attiguo alla parrocchia, il nostro fratello ha voluto dare un suo contributo». Per amore della giustizia e dell'informazione, soprattutto per un incontenibile senso di decenza sociale, ci appare importante ricostruire alcuni passaggi chiave dell'esistenza di Santo Sfameni, fatti che ognuno dei lettori potrà valutare nella serenità della sua coscienza, ma che non possono essere dimenticati, che vanno piuttosto ricordati, amplificati, scolpiti nella memoria di ognuno di noi.

LA COMMISSIONE ANTIMAFIA
Santo Sfameni nasce a Saponara Marittima l'1 agosto del 1928. Lavora come infermiere all'ospedale Regina Margherita di Messina, almeno sino al 1974, momento in cui qualcosa nella vita di Don Santo cambia. Come scrive nel 2006 la Commissione Parlamentare d'Inchiesta sul Fenomeno della Criminalità Organizzata Mafiosa o Similare, «il vecchio don Paolino Bontade (uno dei più autorevoli capimafia degli anni '60, padre dei tristemente noti Stefano e Giovanni ndr ) trascorse gli ultimi sei mesi di vita come riverito degente presso il reparto di neurologia dell’ospedale Regina Margherita di Messina, dove morì il 25 febbraio 1974. E non sarà certo un caso che proprio in quel periodo lavorasse come infermiere presso quello stesso reparto quel tale Santo Sfameni che subito dopo la morte di Bontade senior divenne un facoltosissimo imprenditore edile.»
No, non sarà certo un caso. Basta leggere alcuni passaggi della sentenza, datata 10 gennaio 2008, del Tribunale di Catania sul Caso Messina, il processo che in primo grado ha visto condannato, fra gli altri, a sette anni di reclusione, l'ex capo dei Gip di Messina Marcello Mondello, grande amico di Santo Sfameni:

venerdì 13 aprile 2012

Anteprima Numero Marzo/Aprile: l'editoriale


L'editoriale - di Mauro Mondello ( da Settentrionale Sicula N.5, Marzo / Aprile 2012)

Cosa significa vivere in un paese civile? Cosa significa esserlo, civili? Operando un ragionamento a partire dalla parola stessa è facile asserire che la civiltà si differenzia dall'inciviltà per l'educazione di quanti ve ne fanno parte, uomini e donne le cui condizioni di nascita ed esistenza sono legate al concetto di cittadinanza, dunque diritti, doveri, soprattutto regole da rispettare e di cui garantire il rispetto, nel disegno di funzionamento complessivo del rapporto tra cittadino e Stato.
Condiviso questo sistema di regole, diritti e doveri, si pone dunque un'altra domanda, ben più complessa: di chi deve avere paura un individuo? Quanti possono giudicare ed eventualmente punire le sue azioni? Beh, in un paese civile un cittadino non dovrebbe mai avere paura, ma fiducia nella giustizia, nel diritto, nella saldezza di norme che vengono applicate nel solo ed unico interesse generale della conservazione dell'ordine sociale.
Se dunque, per portare un esempio qualsiasi, una rivista decidesse di pubblicare un articolo in cui si racconta la vita di un noto boss della zona da poco scomparso, il redattore di quell'articolo ed i componenti della rivista da cui quell'articolo verrebbe pubblicato non dovrebbero avere alcuna preoccupazione, nessuna paura, ma soltanto la coscienza della buona fede e la certezza della legge, assiomi che tutti i cittadini di una civiltà dovrebbero condividere, senza distinzioni.
Si arriva quindi all'ultimo interrogativo, quello più difficile e spinoso: viviamo, noi tutti, in un paese civile?
Lo scopriremo molto presto.